L’atteggiamento russo e statunitense verso l’espansione europea

Nel rapporto tra Russia ed Unione Europea, si evince l’intenzione della prima di salvaguardare la sua autenticità ed originalità di grande stato euroasiatico, che ha la propria storia millenaria e secolari tradizioni statali, civili e culturali.[1] A partire dalla caduta del Muro di Berlino (1989) e il conseguente crollo dell’Urss, l’attitudine della Russia verso l’allargamento dell’Unione è condizionata da alcuni elementi chiave che possono essere circoscritti a due aree: quella esterna (globale, determinata dalla visione monopolare del mondo, dove gli Usa assolvono un ruolo egemonico sia in termini di hard power sia di soft power)[2] e quella interna (riconducibili a vari fattori, come quelli economici, politici e sociali della stessa Russia).[3] Malgrado la Russia percepisca gli altri Stati (ed associazioni di stati), oltre i suoi confini, come potenziale pericolo per la sua sicurezza nazionale, la sua arretratezza economica però, la induce a collaborare con i paesi industrializzati; soprattutto con l’Unione, i cui rapporti sono prevalentemente economici. Le opinioni, circa le conseguenze economiche per la Russia (oltre quelle politiche) scaturite dall’allargamento dell’Unione, sono davvero contrastanti: alcuni autori, fra i quali Moshes,[4] ritengono che tale processo abbia un impatto negativo su di essa, in particolare prevedono: il riorientamento dei partner tradizionali nell’Europa orientale verso il mercato interno dell’UE; il calo delle esportazioni del gas e del petrolio causato dalla diversificazione delle fonti di risorse energetiche imposta dall’UE; più rigoroso e complicato regime di politica doganale e la limitazione del movimento di persone. Altri invece, fra i quali un ricercatore finlandese Kivikari, ritengono che da tale processo, la Russia potrà trarre diversi benefici, come il consolidamento e l’espansione della sua posizione sul mercato europeo, grazie all’adesione dei nuovi membri che tradizionalmente hanno contatti commerciali con la Russia e per i quali, l’accesso all’UE significa il rafforzamento del loro potenziale economico, in qualità dei partner e mercati per le aziende Russe. L’allargamento dell’Unione Europea ad est certamente riduce gli orizzonti politici di una proiezione della Russia verso i Balcani ma non esclude la possibilità per Mosca di partecipare alle vicende politiche in un contesto allargato e di essere destinataria di nuove opportunità economiche con gli stati di tale area. Una prospettiva di reale cooperazione, che rimane ancorata alla possibilità che l’Accordo di cooperazione con l’Unione Europea sia fondato su un necessario e sincero spirito di reciprocità. Ma guardando al ruolo di Mosca sul continente, è evidente che l’assorbimento dei paesi dell’Europa centrorientale nello spazio dell’Unione si presenta complesso e difficile da accettare, perché anche la storia della Russia è storia d’Europa. La stessa istituzionalizzazione nella NATO di un consiglio allargato nel maggio 2002, rappresenta oggi, l’unica forma di rassicurazione e di garanzia di non isolamento del Cremlino dalle vicende eurocontinentali nell’ambito delle politiche di sicurezza. Tuttavia, ciò che rende l’allargamento importante per Mosca è che l’erosione progressiva delle leadership di ieri imposte dal Cremlino nei paesi europei dell’est, si ripropone oggi anche all’interno delle sopravvissute autonomie di ciò che resta della confederazione degli stati indipendenti: una specie di effetto domino che supera i confini e la volontà dell’Unione, creando non poco imbarazzo da entrambe le parti. Il ritiro dell’Unione Sovietica dalla competizione politica internazionale e la necessità di ristrutturarsi economicamente, ha costretto i Paesi e i popoli dell’Est, con una sensazione di abbandono e di vuoto geopolitico oltre al timore di dipendere dalla forte influenza economica della Germania, a ritrovare la propria capacità di autodeterminazione guardando, non solo al passato prebellico ma, anche all’esperienza che stava maturando ad occidente nell’ambito di una possibilità di accedere ad uno spazio di mercato e di valori democratici pluraliti, come quello presentato dall’esperienza eurounionista. Il progressivo allargamento ad est dell’Unione, ha posto al Cremlino una sorta di dilemma circa la collocazione di Mosca verso l’Europa: identità continentale o prospettiva eurasiatica? Ciò implicherebbe rimettere in discussione l’aspetto possibile ed auspicabile per tutti i paesi, compresi Germania e Russia, siano essi ricompresi nello spazio eurounionista o ricondotti all’interno della comunità atlantica. Se da un lato, l’integrazione dei paesi, (che hanno contribuito nei secoli a costruire valori, esperienza ed istituzioni) all’interno di un nuovo sistema di sicurezza offre una possibilità di bilanciamento e riparo da una pericolosa ripresa della concorrenza politica propria della Guerra Fredda; ed il Cremlino, impegnato in un confronto etnico e religioso con il fondamentalismo islamico, non può non ancorare la propria sicurezza interna ad una dimensione allargata di garanzia e di relazioni propria dell’anima europea, dall’altro lato però, la Russia ha mostrato di non aver ancora abbandonato del tutto una vocazione da protagonista sia della politica continentale che di quella euroasiatica.[5] In definitiva, la Russia è interessata a che l’Europa centrale ed orientale rappresentino più che una barriera, un ponte verso l’Ovest del continente; una realtà bipolare (costituita da avversari militari sia ad Est che ad Ovest propria del passato) che ceda il posto a quella multipolare, riguardante in misura ampia l’Europa. Tutto ciò, in conseguenza del fatto che la Russia vede se stessa come un indipendente potere eurasiatico, che offre il proprio autoritario modello capitalistico di sviluppo, in alternativa al liberalismo democratico.[6] Per quanto concerne il rapporto tra UE e USA, per anni, il ruolo dei secondi è stato quello di incoraggiare e sviluppare la coesione degli stati europei per ragioni economiche e di sicurezza. In effetti, a partire dal secondo dopoguerra, Washington ha avuto un potere di ingerenza molto forte nel processo di sviluppo dell’Unione, accollandosi una serie di costi per garantire protezione all’Europa occidentale, essendo quest’ultima, priva di un sistema di sicurezza e di difesa autonomo che le garantisse l’attuazione della strategia globale. L’obiettivo era quello di costruire un’“unita, libera e pacifica” Europa post Guerra Fredda, al fine di rinnovare l’alleanza transnazionale e per riposizionare gli Usa e l’Europa ad affrontare nuovi cambiamenti globali.  Pertanto, uno dei pilastri fondamentali dell’Unione, è costituito dalla collaborazione (istituzionalizzata nei primi anni 2000) dell’Unione con la NATO, organizzazione intergovernativa a guida statunitense sorta nel 1949, al fine di migliorare la sicurezza e la difesa europee e senza la quale, non sarebbe stato tanto semplice per l’Unione proseguire con il suo progetto di allargamento. La grande strategia dell’allargamento democratico che sta dietro l’apertura della NATO e dell’UE negli anni Novanta, andò oltre gli imperativi di riunire l’Europa dopo il collasso del comunismo e di reinventare l’alleanza transatlantica per l’era post Guerra Fredda; l’obiettivo era quello di consolidare la democrazia, attraverso l’ancoraggio dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale all’occidente. Ciò riflette, la visione di una pacifica Europa che espande i suoi orizzonti di politica estera e condivide leadership e responsabilità globale con gli Usa. Fu la NATO ad assumere la guida nell’estendere la sicurezza ai Paesi dell’Europa centrale, regione dove era piuttosto critico il consolidamento della democrazia, perché Washington riteneva che l’UE fosse troppo debole per gestire il processo di allargamento. Quest’ultima assunse, invece, maggior peso nel trasformare le società post comuniste in democratiche: la sua politica di allargamento era un’asimmetrica negoziazione. In differenti modi, gli americani e gli europei segnalarono il loro desiderio di tirare la Russia verso l’occidente, nella speranza che Mosca potesse evolvere eventualmente in una partner e in un’alleata de facto. L’allargamento della NATO e dell’UE erano accompagnate, dunque, da un tentativo di coinvolgere Mosca e lavorare per la trasformazione democratica della Russia. Ciò non fu un tentativo di contenerla ma bensì di integrarla, poiché la prima voleva offrirle una cooperazione politica e militare e un piano per future operazioni militari comuni. La politica occidentale ha raggiunto due dei suoi obiettivi: il primo, ancorare di molto l’Europa centrale ed orientale e prevenire l’instabilità in quei paesi rimasti fuori dalla NATO e dall’Unione; il secondo, è il parziale successo raggiunto con la Russia. Se la NATO e l’UE non avessero agito, l’Europa sarebbe più caotica, meno stabile e più isolazionista; e Washington avrebbe avuto pochi alleati che si sarebbero occupati delle crisi al di là dell’Europa, come l’Afghanistan e l’Iraq. La sfida di rendere sicuri i confini dell’Europa orientali, dai paesi Baltici al Mar Nero, è stata rimpiazzata dall’esigenza di estendere pace e stabilità dai Balcani all’Eurasia. Lavorare per consolidare il cambiamento democratico e costruire la stabilità in quest’area è così importante per la sicurezza occidentale di oggi, così come lo era negli anni Novanta, con il consolidamento della democrazia nell’Europa centro-orientale. Alla fine degli anni Novanta, il fallimento dell’Unione nella gestione del conflitto nell’ ex Jugoslavia e i timori per una possibile disgregazione della Federazione Russa, avevano spinto la nuova commissione europea dal 1999 (sotto la guida dell’ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi) e i maggiori Stati membri, ad accettare la prospettiva di una rapida adesione all’UE, di un consistente numero di Paesi dell’ex blocco Sovietico.[7] Ebbene, il processo di allargamento dell’Unione, soprattutto l’ingresso dei paesi dell’Est Europa nel 2004, rispose anche alla pressione americana, al fine di sottrarre l’area all’influenza russa, approfittando così, della debolezza di Mosca nel decennio successivo al crollo dell’Urss.[8] Nel 1998,[9] si tenne un summit tra gli Usa e l’UE, dove riconobbero che l’Europa, in quel momento, stava vivendo un cambiamento storico: venne posta l’attenzione soprattutto sull’aspetto economico e di come l’Unione Europea sarà sempre più integrata a partire dall’introduzione di una moneta unica (l’Euro), mediante l’Unione economica e monetaria, sostenuta per 50 anni dagli Usa. Essa rappresenta un altro importante passo in quel processo, che ha implicazioni di vasta portata per gli interessi economici degli Stati Uniti ma venne anche precisato come l’UEM sia una decisione che spetti agli europei e non agli americani. Tuttavia, gli Stati Uniti, l’Europa e il sistema monetario internazionale trarranno beneficio da tale integrazione economica di successo, sostenuta da solide politiche macroeconomiche e strutturali.[10] Gli eventi dell’11 Settembre e la politica dell’amministrazione Bush si intrecciarono strettamente con l’evolvere delle vicende europee, implicando una grave crisi nelle relazioni transatlantiche e l’emergere di ambizioni dell’Unione che erano però destinate a restare ben presto deluse. Da una parte, lo shock degli attacchi terroristici ha prodotto pressioni nuove verso il multilateralismo, facendo riscoprire agli Usa, l’importanza di rimanere internazionalmente impegnati ed il bisogno di coltivare alleati; dall’altra parte, la gestione delle operazioni militari e la visione pragmatica di alleanze concepite e gestite su base bilaterale hanno confermato la realtà di una leadership solitaria. In altri termini, la costruzione di una vasta coalizione contro il terrorismo, o anche un nuovo internazionalismo americano, non significarono necessariamente anche l’abbandono di opzioni unilaterali.[11] Nel periodo immediatamente precedente la nascita dell’Euro (contrariamente a quanto sostenuto dal presidente Clinton nel summit), non erano mancati dubbi e timori circa l’effettiva realizzazione di questo ambizioso obiettivo, nonché l’opportunità di svolgere un ruolo politico di primo piano nel contesto dell’Unione. Non deve essere trascurata nemmeno l’ambizione europea di emanciparsi pienamente, almeno dal punto di vista economico, dagli Usa, sentimento rafforzato dall’atteggiamento scettico, se non ostile, di vari ambienti economici, finanziari e politici americani nei confronti della capacità degli europei di creare una moneta unica, una posizione che spesso celava il timore che l’euro potesse divenire un serio concorrente del dollaro come valuta di riferimento sul piano internazionale;[12] l’evidenza inconfutabile della volontà europea, Secondo Gedmin,[13] di voler competere con gli Stati Uniti e la sua specifica risposta ai processi di globalizzazione.

L’autrice Rita Granata garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencate di seguito. Pertanto, l’Autrice è l’unica responsabile dell’eventuale violazione commessa con l’opera in merito ai diritti di terzi.

1) Karlov Jurij, E. “La Russia e l’Europa nel mondo che cambia”, Vol. 61, No. 3 (Luglio-Settembre 1994), pp. 355-365;

2) Enciclopedia Treccani: Espressione delle relazioni internazionali che descrive l’utilizzo di mezzi militari ed economici da parte di un soggetto statuale per influenzare o determinare, con atteggiamenti aggressivi, il comportamento di altri organismi statuali o politici. È stata coniata negli anni Novanta dallo scienziato politico Statunitense Joseph Nye in contrapposizione al soft power, che fa invece riferimento al potere di attrazione e persuasione;

3) Maldova, I. Ricerca su “l’atteggiamento della Russia rispetto all’allargamento dell’Unione Europea”, Università di Hannover, Ottobre 2003;

4) Direttore del programma di vicinato orientale e Russia dell’UE presso l’Istituto finlandese per gli affari internazionali;

5) Informazioni della difesa. “Russia l’altra anima dell’Europa”, 4/2007;

6) Asmus Ronald, D.“Europe’s Eastern Promise: Rethinking NATO and EU Enlargement”, 2008, pp.95-106;

7) Varsori, A. “Le relazioni internazionali dopo la guerra fredda”, il Mulino, 2018, pp.133-134;

8) Linkinchiesta:www.linkiesta.it/it/article/2016/07/25/europa-e-tempo-di-avere-un-esercito-e-di-smetterla-di-6 C3bbedire-allamer/31273/;

9) Anno in cui Clinton era Presidente, è stato il più giovane presidente ad entrare alla Casa Bianca. Eletto per due mandati, dal 1993 al 2001, il neopresidente interruppe 12 anni di potere repubblicano, garantendo agli Stati Uniti uno dei periodi di maggiore prosperità economica. Clinton incarnava il mito del self-made man;

10) FOIA marker: clinton.presidentiallibraries.us/items/show/11447;

11)Dassù M.; Missiroli A. “L’Europa di nuovo occidentale”, italianieuropei, 1/2002;

12) Ibidem(7);

13) Jeffrey Gedmin è uno studioso e autore americano. È Senior Fellow alla Georgetown University e all’Institute for Strategic Dialogue.

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