La repressione del popolo siriano durante il conflitto

L’immigrazione è un fenomeno sociale complicato e controverso, che consiste nella fuga di persone dai paesi nativi, mosse dal desiderio di un futuro migliore. Ad oggi si contano 244.000.000 di migranti nel mondo e l’Europa ne ospita 76.000.000. Le ragioni che spingono i migranti alla fuga sono riconducibili a fattori di spinta (le ragioni che spingono a scappare) e di attrazione (elementi che portano alla scelta di un paese specifico). Tra questi vanno annoverati i fattori demografici ed economici, in cui rientrano il livello economico di un paese e le possibilità occupazionali della popolazione; i fattori ambientali ed il pericolo di improvvisi fenomeni catastrofici o cambiamenti climatici, che impongono di abbandonare le proprie residenze; infine, i fattori sociopolitici, che includono guerre e persecuzioni perpetrate dallo Stato, fondate su discriminazioni razziali, religiose, etniche, sessuali o politiche. Nello specifico, più del 75% dei migranti sono scappati da Iraq, Afghanistan e soprattutto Siria, in cui i conflitti interni e le persecuzioni persistono costantemente. La Siria oggi versa in una condizione di fatiscenza, con continue violenze sulla società civile e violazioni del diritto internazionale umanitario: si assiste quotidianamente ad una guerra di tutti contro tutti, senza che la Comunità internazionale e le organizzazioni internazionali competenti siano riuscite ad individuare un responsabile oppure ad avviare un concreto negoziato per un accordo di pace. Il conflitto, iniziato nel marzo 2011, scaturisce da anni di repressione civile e sociale, determinata dall’ascesa al potere di Bashar al-Assad, che nel 2000 successe al padre, il Presidente Hafiz Al-Assad. Inizialmente Bashar al-Assad promise ed attuò un programma di liberalizzazioni, che garantì un affievolimento della repressione alla libertà di stampa e la visita del Papa in Siria. Tuttavia, la politica riformista durò poco e, sulla scia dei regimi arabi, una legge ristabilì la censura ed i movimenti siriani riformisti furono nuovamente sottoposti alla repressione del regime. A fine febbraio 2011 alcuni studenti furono arrestati a Daara1, città nel sud del Paese, per aver diffuso lo  slogan contro il regime e nel marzo dello stesso anno, il successo delle Primavere arabe in Egitto e Tunisia incoraggiò la popolazione siriana a manifestare in forma pacifica per richiedere la scarcerazione dei giovani e l’attuazione di riforme volte a garantire uno sviluppo democratico. La risposta violenta del regime e l’uccisione di venti manifestanti provocarono rivolte in tutte le principali città siriane: Damasco, Aleppo, Homs, Al Raqqa. A ciò si aggiunsero sanzioni economiche da parte di Stati Uniti ed Unione Europea, mentre l’Onu emanò una risoluzione di condanna. Pochi mesi dopo nacque ad Istanbul il Consiglio nazionale siriano per la rappresentanza dell’opposizione e le rivolte continuarono per mesi, fino a trasformarsi in opposizione armata: nel settembre 2011 i gruppi armati ribelli, ex membri dell’esercito di al-Assad, si schierarono dalla parte dei civili, costituendo l’Esercito Libero Siriano. Questo provocò una risposta ancora più violenta da parte del regime, che arrivò a lanciare dagli aerei barili contenenti esplosivo e chiodi contro gli insorti: nel bombardamento del villaggio di Houla, persero la vita cento persone, tra cui cinquanta bambini. In questo contesto, il Consiglio nazionale siriano invitò la Comunità internazionale ad offrire protezione ai civili, ma il veto di Russia e Cina impedì sia la realizzazione di un intervento militare internazionale che l’adozione di una risoluzione per negoziare una transizione democratica. Ciò costrinse i siriani ad abbandonare il paese e già nel 2013 si contarono circa un milione di persone costrette a scappare. Intanto, il conflitto assunse un carattere internazionale, poiché Russia, Hezbollah supportato dall’Iran e Cina si schierarono a favore del regime al-Assad, mentre Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Stati Arabi e Arabia Saudita sostennero le forze ribelli, seppur limitandosi inizialmente ad armare ed addestrare i militanti. Nel 2014, a seguito dell’annuncio della nascita del Califfato, gli Stati Uniti avviarono in Siria un’azione armata contro lo Stato Islamico (ISIS), che, intanto, continuava ad invadere il territorio, fino a raggiungere Kobane, zona a nord della Siria, controllata dalle milizie curde. Quello stesso anno, a seguito di un attacco con armi chimiche, persero la vita 1400 vittime innocenti a Ghouta; si contavano ormai più di 2.000.000 di rifugiati e  più di 100.000 vittime civili. In questo contesto, fino al 2015, la Turchia ebbe un atteggiamento poco attivo nella guerra internazionale contro l’ISIS. In primo luogo, il regime di Bashar al-Assad era sempre stato il principale nemico dichiarato del governo turco e, pertanto, combattere l’ISIS, impegnato da anni contro il governo siriano, avrebbe comportato un aiuto implicito al regime. Inoltre, i gruppi che avevano raggiunto i migliori risultati nella lotta contro il Califfato erano stati i Curdi siriani e iracheni, sostenuti dai Curdi turchi. Questi da anni portavano avanti una guerra armata contro la Turchia per ottenere uno stato indipendente, agendo su di un territorio che comprende anche parte dell’odierna Turchia, in cui abita oltre il 20% della popolazione curda totale. Pertanto, l’indebolimento dello Stato Islamico avrebbe potuto garantire maggiore forza ai Curdi ed al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fuorilegge in Turchia, con cui si era raggiunto un accordo di pace nel 2013. La situazione mutò a seguito dell’attacco suicida da parte dell’ISIS, avvenuto a luglio del 2015 nella  città di Suruc, al confine con la Siria, durante una riunione di volontari per la ricostruzione della città di Kobane, in cui trentadue persone persero la vita2. I Curdi accusarono la Turchia di aver tutelato lo  Stato Islamico ed il PKK uccise due poliziotti turchi a Ceylanpınar per vendicare l’attentato. La risposta della Turchia non si fece attendere: furono arrestati un centinaio di (presunti) sostenitori del PKK e dello Stato Islamico, furono bombardati i gruppi ISIS in Siria ed Iraq e, soprattutto, il governo di Erdogan concesse agli Stati Uniti l’utilizzo della base aerea turca Incirlik, al fine di incrementare il numero e l’efficacia dei bombardamenti in Siria. La conseguenza fu la morte di due soldati turchi, causata da un’autobomba fatta esplodere dal PKK a Lice, nel sud della Turchia3. Ad aggravare lo scenario, dal 2015 i Curdi e la Turchia, nonostante le richieste della Comunità internazionale, hanno rotto il cessate il fuoco e la Turchia nel 2016 si è impegnata in una corposa e violenta campagna anti-Curdi in Siria, grazie anche al sostegno di gruppi ribelli arabi sunniti, che combattono Assad per ragioni economiche. Le dinamiche si ripercuotono inevitabilmente sulla società civile con un impatto devastante: dall’inizio degli scontri, centinaia di migliaia di siriani hanno perso la vita e, in questo contesto disastroso, al 2015, si contano quasi 8.000.000 di sfollati e 11.000.000 di persone costrette ad abbandonare le proprie residenze ed a rifugiarsi in accampamenti di fortuna in condizioni di estrema povertà, privi di ogni bene primario e di assistenza. Di questi poco meno della metà, a causa delle violenze perpetrate, non erano più in Siria nella speranza di ricevere protezione internazionale fuori dai confini. Dopo le proteste pacifiche del 2011 si sono verificate continue violazioni del diritto internazionale umanitario ad opera delle forze del governo siriano, responsabili di indicibili vessazioni nei confronti   della popolazione civile, costretta a subire attacchi armati, distruzione di abitazioni, scuole e ospedali, detenzioni arbitrarie con torture, sparizioni, decessi e assedi che hanno provocato fame e sfollamenti , anche a danno di giornalisti, avvocati, attivisti politici e operatori umanitari, colpevoli solo di  aver invocato il rispetto dei propri diritti. Anche i gruppi armati di opposizione, nelle aree controllate, si sono resi colpevoli di crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario, sequestrando e sottoponendo a torture costanti i prigionieri. Assume rilievo anche la posizione della Comunità internazionale, considerato che anche gli Stati Uniti, i gruppi armati sostenuti dalla Turchia e lo Stato Islamico hanno commesso azioni violente nelle zone nemiche, spesso in violazione del diritto internazionale umanitario. Basti pensare alla campagna di bombardamento aereo condotta dagli Stati Uniti e alle attività militari turche nelle aree sotto il controllo dei Curdi, che, a loro volta, sono responsabili di sfollamenti e distruzioni di abitazioni civili.

L’autrice Laura Perna garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencate di seguito. Pertanto, l’Autrice è l’unica responsabile dell’eventuale violazione commessa con l’opera in merito ai diritti di terzi.

1) Guazzone, Laura. Storia contemporanea del mondo arabo. Editore: Mondadori, 2016, pag. 361;

2) Il Post. La Turchia ha bombardato l’ISIS in Siria. 2015;

3) Internazionale. Cosa sta succedendo tra la Turchia, i curdi e lo Stato islamico. 2015.

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