Data Gap: l’assenza dei dati in relazione all’insicurezza sui mezzi pubblici

Ad oggi l’Italia è vittima ed artefice di una grave mancanza di interesse statistico nei confronti dell’esperienza femminile di viaggio sui trasporti pubblici. L’assenza di dati, report o ricerche di rilievo nazionale sulla tematica rappresenta un drammatico esempio di quello che potremmo definire gender data gap, ossia l’assenza di informazioni di valore statistico che tengano conto delle differenti esperienze di viaggio in base al genere. Tale assenza di dati coinvolge, inoltre, importanti rilievi statistici che andrebbero fatti per identificare e quantificare le violenze subite a bordo di mezzi pubblici anche da altri gruppi troppo spesso vittime di aggressioni, quali la comunità LBGQT+, le persone con disabilità o vittime di episodi di razzismo.

L’assenza di dati si traduce inevitabilmente nella definizione di tali avvenimenti come “episodici” ed “isolati”, impedendo la lettura di tale fenomeno come una problematica strutturale e sistemica che colpisce, non casualmente, prevalentemente donne e gruppi marginalizzati. Se è quindi possibile intuire vagamente la frequenza di tali avvenimenti dalle, seppur spesso incomplete, rappresentazioni giornalistiche del fenomeno e dai movimenti di denuncia indipendenti sulle piattaforme social, è ad oggi estremamente complesso portare alla luce la sistematicità con cui tali azioni violente colpiscono determinati gruppi. D’altro canto, l’assenza di tali dati riflette la posizione di marginalità destinata alle violenze e alle molestie che si verificano a bordo dei mezzi pubblici, marginalità che ha come diretta e prevedibile conseguenza mancate denunce e violenze impunite che alimentano, a loro volta, la difficoltà di quantificazione del fenomeno. Assistiamo quindi alla concretizzazione di tale circolo tossico e vizioso (Figura 1). Non sorprende, quindi, che in tale percorso di banalizzazione e deresponsabilizzazione, non siano ancora stati intrapresi provvedimenti nazionali adeguati, nonché necessari, per prevenire e contrastare un fenomeno di frequenza quotidiana.

Gli ultimi avvenimenti pubblicamente noti di violenza perpetuata sui mezzi pubblici hanno scatenato un intenso dibattito sulla necessità di avviare azioni di tutela nei confronti, in particolare, delle donne. La soluzione partita dal basso, nei giorni immediatamente successivi alle violenze avvenute, è una petizione che chiede a Trenord, di dedicare, su tutte le linee, le carrozze di testa alle donne. “Abbiamo il diritto – si legge nella petizione disponibile su change.org – di usare i mezzi pubblici a qualsiasi ora del giorno senza paura”. Tale petizione, che ha raccolto in pochi giorni oltre 40 mila firme, è il riflesso di un forte disagio e di un timore generalizzato che colpisce, nel caso di specie, le donne viaggiatrici. Se da un lato è fondamentale raccogliere la necessità e l’urgenza alla base di tale petizione bisogna però chiedersi se questa non rischi di essere l’ennesima soluzione improvvisata calata passivamente su un contesto inadatto a riceverla. Se quindi all’apparenza l’ipotesi di etichettare in rosa la prima carrozza di ogni treno potrebbe sembrare allettante per le viaggiatrici e per la loro sicurezza, è necessario ragionare attentamente sulle implicazioni e sulle concrete possibilità offerte da tale soluzione. Di pari passo al carattere escludente di tale proposta, che ignora quindi fattori non di poco conto quale l’identità di genere, questa riproduce una dinamica di deresponsabilizzazione di aziende private ed istituzioni che dovrebbero impegnarsi nella formazione del personale a bordo dei mezzi pubblici, ed adoperarsi per soluzioni che li vedano attivamente coinvolti nelle azioni di contrasto e prevenzione della violenza. Va infatti considerato che in assenza di personale adeguatamente formato non vi saranno garanzie di sicurezza in tali vagoni e che, una volta al di fuori degli stessi, di nuovo si riproporrebbe la medesima condizione di pericolo. Che cosa succederebbe, inoltre, se una donna decidesse di accomodarsi nella carrozza non a lei dedicata? Che cosa succederebbe se la carrozza fosse piena? Non solo si tratterebbe, di nuovo, di una “sicurezza” escludente, ma questo rischierebbe di farci ricadere nella pericolosa narrazione che vede la donna responsabile e colpevole della sua stessa violenza, in quanto non adeguatamente cauta.

Se un’azione educativa massiccia rappresenterebbe senz’altro la soluzione ottimale per prevenire e contrastare ogni situazione di violenza, dall’altro lato non è possibile ignorare le istanze e le necessità di breve termine di chi ogni giorno utilizza i mezzi pubblici e non vuole dover aspettare il cambio generazionale o i risultati di un nuovo sistema educativo per viaggiare in sicurezza.

Nell’aprile del 2021 l’associazione no-profit Roadto50% ha avviato la campagna mezziXtuttə con l’obiettivo di intraprendere strategie che siano al contempo di breve e lungo periodo. La campagna lavora quindi su misure di prevenzione alla violenza su mezzi pubblici e parallelamente sulla sensibilizzazione delle istituzioni e dell’opinione pubblica. In prima battuta, l’associazione si è impegnata nella raccolta diretta di dati ai fini di monitorare i casi di molestie a bordo di mezzi pubblici sul territorio e raccogliere proposte che potessero rappresentare un punto di partenza adeguato nel percorso di prevenzione alla violenza. Di pari passo ad un importante intervento di comunicazione e sensibilizzazione, tra le principali proposte della campagna vi sono le seguenti:

– sicurezza garantita a tutte le ore attraverso la presenza di personale formato ed equipaggiato sui mezzi pubblici anche nella fascia oraria 19.00 – 06.00;

– in caso di pericolo effettivo o presunto, possibilità di contatto immediato con le istituzioni attraverso l’istallazione alle fermate di attesa e sui mezzi pubblici di pulsanti antipanico, collegati direttamente alla stazione di polizia più vicina. Parimenti, nel caso di treni in movimento, vagoni segnalati in cui è possibile trovare sempre del personale formato ed equipaggiato a cui potersi rivolgere in caso di necessità;

– attenzione alle peculiarità territoriali attraverso uno studio delle fermate metro e bus che consenta di individuare le fermate più pericolose, per condizioni di luce ed isolamento, ed intervenire quindi per rendere i luoghi di attesa più sicuri;

– sicurezza anche al di fuori dei mezzi pubblici garantita attraverso la presenza di personale formato ed equipaggiato anche nei sotterranei e nei sottopassaggi, che presentano notoriamente un tasso di rischio più elevato;

– utilizzo dell’applicazione WANA per segnalare situazioni di pericolo e ricevere supporto immediato.

Attraverso la collaborazione ed il contatto continuo con istituzioni, movimenti ed associazioni impegnate nella lotta alla violenza la campagna mezziXtuttə ha raggiunto, ad oggi, le città di Roma, Milano, Genova, Padova, Bologna e Torino dove sta lavorando per coinvolgere le istituzioni regionali e le aziende di trasporto locali.

La sinergia proposta dalla campagna rappresenta un ottimo punto di partenza per poter avviare un percorso che sia al contempo preventivo, formativo, di tutela, di diffusione e di sensibilizzazione.

In un contesto di disinteresse generalizzato e marginalizzazione del fenomeno, è quindi fondamentale riportare l’attenzione pubblica ed istituzionale su violenze e molestie che nulla hanno di episodico ma che rappresentano invece pratica quotidiana sui trasporti pubblici locali. Le testimonianze raccolte dalla campagna mezziXtuttə, così come gli ultimi movimenti di denuncia autonomi sui social, ci permettono di aprire gli occhi su un fenomeno fino ad oggi banalizzato se non nelle sue espressioni più violente. Le azioni portate avanti dalla campagna mezziXtuttə ci permettono quindi di ricordare l’importanza di interventi adeguati non sono per contrastare un fenomeno tanto diffuso ma anche per restituire centralità ad azioni sistemiche di educazione quotidiana e lotta alla violenza.

L’autrice Flavia Carlini garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore. Pertanto, l’Autrice è l’unica responsabile dell’eventuale violazione commessa con l’opera in merito ai diritti di terzi.

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