L’indagine sull’esclusione sociale delle persone in condizioni di povertà assoluta

Esiste una forma di esclusione sociale troppo spesso definita e raccontata come “emergenza”. Eppure, i numeri e la continuità di tale esclusione ci riportano, ogni anno di più, al carattere di urgenza di un fenomeno sistemico gestito come criticità occasionale.

In Italia, gli ultimi dati disponibili che raccolgono il numero di chi è relegato ai margini del sistema sociale ed economico, risalgono al 2014. Tali dati, stimano la presenza di 50.724 persone senza dimora, riferendosi unicamente a coloro che, nei mesi di dicembre e gennaio 2014, hanno usufruito di un servizio di mensa o di accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine1.

È adesso in corso il nuovo censimento della popolazione che si propone di identificare, a distanza di sette anni dagli ultimi dati disponibili, e con maggior dettaglio, il numero attuale di persone senza dimora, oppure residenti in campi attrezzati, in insediamenti volontari o tollerati. Si stima che tale aggregato, nel 2021, superi le 500.000 persone. Lo stesso aggregato, nel 2011, comprendeva un numero di persone ben 4 volte inferiore.

C’è un aumento costante, quindi, delle persone che vivono in condizioni di povertà assoluta, un aumento costante dei numeri di chi, ogni anno, non ha più una casa. Ogni anno i senza tetto aumentano e ogni anno si parla, di nuovo, di emergenza. Ogni inverno alcune di queste persone muoiono e si racconta di un terribile inverno e di un “emergenza freddo”. La risposta politica ad una situazione di chiara urgenza è quindi l’alternanza sistematica e stagionale tra “Piani Freddo” e “Piani Caldo”.

A Roma durante la seconda ondata pandemica, il cosiddetto Piano Freddo del Campidoglio, ha messo a disposizione 700 posti letto, ma le persone senza un tetto sotto cui dormire sono almeno 3.000 2 racconta l’Internazionale il 25 gennaio 2021.

D’altro canto, l’approccio politico alla problematica più ampia delle persone che vivono in strada, senza risorse a cui aggrapparsi, non pare più incoraggiante. Personalità politiche e decreti si impegnano per mostrare ai cittadini la protezione che sono in grado di offrire loro, in un esercizio di sfoggio di un’autorità fittizia e inconcludente che altro non fa che rafforzare la posizione di marginalità ed esclusione di chi incarna la testimonianza di un fallimento dello Stato. Così, mentre in Finlandia nel 2007 si avviava un progetto per dare una casa a chi ne aveva bisogno, senza condizioni, riuscendo così a diminuire notevolmente il numero di persone che vivono in strada, dieci anni dopo in Italia, il c.d. decreto sicurezza si esprime sull’ “eliminazione dei fattori di marginalità” che rappresentano un pericolo per il “decoro urbano”. Il decreto, poi divenuto legge, ha rafforzato il potere di ordinanza dei sindaci, potere che si è tradotto nel sanzionamento compulsivo delle persone senza dimora colpevoli non di comportamenti molesti, ma semplicemente di minacciare il decoro urbano trovandosi in strada.  Successivamente, il 3 dicembre del 2018 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge di conversione del suddetto decreto, che ha introdotto l’articolo 669 bis, recante il nuovo reato di “accattonaggio molesto”, la cui pena può arrivare fino alla detenzione nelle carceri.

Le attuali strategie politiche sembrano collidere con le esigenze sociali avocate dal fenomeno, alla luce delle crescenti forme di ostilità nei riguardi delle persone senza dimora, incarnate anche dai nuovi design urbanistici ideati appositamente per impedire a quelli che sono corpi emarginati, di “occupare abusivamente uno spazio”. Così, attraverso panchine con bracci metallici nel mezzo, sedute dalla forma più assurda, bulloni giganti strategicamente posizionati su ripiani coperti, e ingressi inspiegabilmente scoscesi, la città si trasforma nel teatro di un nuovo esercizio di creatività architettonica volto ad allontanare i corpi esposti di quelle persone, ancora una volta, rifiutate. E così, queste nuove “architetture difensive”, mirano a costruire, o simulare, isole urbane di felicità e sicurezza, al sicuro da quelli che sono gli individui che ne minacciano e ne deformano la bellezza e che, ormai destinatari di una forma di esclusione cronicizzata, devono bastare a sé stessi, e rimanere lontani dagli occhi di chi si racconta solo le storie che è disposto ad ascoltare.

Le nuove barriere fisiche rispecchiano così le barriere di stigma e indifferenza politica e sociale nei confronti degli abitanti della strada, destinatari di restrizioni ma non dei diritti e dell’ascolto di cui avrebbero bisogno.

Esiste però un’altra Italia, un’Italia volontaria, che allarga lo sguardo e riconosce un’umanità comune e comprende il senso di “comunità”, non assoggettandolo ad interpretazioni escludenti e ad una miope indifferenza. Si tratta dell’Italia delle Associazioni che tenta di riportare alla luce quella popolazione costantemente spinta verso gli angoli più bui e nascosti della società. Sant’Egidio e la Caritas rappresentano esempi di questa spinta umana e tentano, ogni giorno, di tirare fuori dal fallimento statale e sociale, chi ne è stato troppo a lungo soffocato. Centinaia di volontari donano così, supportati dalle Associazioni di riferimento, il sostegno e il supporto necessario a migliaia di persone in tutta Italia, offrendo servizi di ogni tipo. Rifugi, mense, docce, lavanderie, vestiario, visite mediche, recenti hub vaccinali e tanto altro.

Non è sufficiente, tuttavia, raccontano i volontari, un apporto meramente materiale. Non è sufficiente consegnare un pasto caldo, donare un vestito, è necessario passare per la dimensione immateriale per disattivare il processo di disumanizzazione di cui queste persone sono vittime. “Come la ricerca ha dimostrato da tempo”, si legge nella proposta operativa della Caritas del 2018 “non esiste un unico profilo sociologico o psicologico [per le persone], né i bisogni di cui la persona senza dimora è portatrice si esauriscono in un pasto e in un letto; vi sono dimensioni ulteriori, immateriali, giuridiche, relazionali, che toccano alla radice la dignità della persona, a cui tuttavia l’attuale sistema di servizi e interventi sociali è in grado di fornire spesso solo risposte frammentarie3.

Attraverso la riattivazione dell’umanità viene così tolto il velo dalle esigenze e dal dolore di chi troppo spesso è costretto a rimanere muto, innescando quello che ai volontari piace chiamare “il circolo virtuoso dell’aiuto”, che vede l’uscita da un passato disumanizzante di persone che decidono di investire parte del proprio futuro nell’aiuto di chi è ancora intrappolato.

La marginalità, infatti, non si sostanzia unicamente nella povertà economica: è proprio la disumanizzazione a costituirne perno essenziale.

In una narrazione quotidiana di devianza collettiva che investe gli esclusi, sono nascoste tante storie di individualità quasi mai raccontate che permetterebbero di spostare lo sguardo sui corpi rendendoli persone.

Roman Lozinsky era un uomo di 54 anni, originario di Opole, in Polonia. Era in Italia da circa 15 anni e abitava in una tenda nel parcheggio del Nuovo Cinema Sacher, in Largo Ascianghi, a Trastevere, Roma. Roman si era trasferito in Italia per lavoro e si è occupato per diversi anni di edilizia. La crisi economica, però, l’ha tagliato fuori dal mercato, fuori dall’economia, e fuori dal circuito sociale. Così Roman viveva in strada, dove è morto, il 22 dicembre 2021. Roman, raccontano i volontari, voleva lavorare. Ogni mattina si alzava e diceva “vado a lavorare” e si addentrava così nel parcheggio, dove faceva il parcheggiatore per guadagnare qualche euro e conservare la sua autonomia e la sua dignità, diceva. Roman era un uomo enorme, biondo, altissimo e di una simpatia travolgente, continuano a raccontare i volontari. Era diventato il beniamino del Cinema America, e dei frati, che gli avevano comprato una tenda in cui stare, e delle persone del quartiere che lo conoscevano, che hanno pianto, quando è morto. Roman viveva insieme ad un’amica, Maya Nekoruk, a cui era molto legato e con cui condivideva la tenda di Largo Ascianghi. Le strutture romane non consentivano l’ingresso di due persone di sesso diverso nel medesimo rifugio, per questo motivo Roman, la notte, preferiva trascorrerla in tenda, anche in inverno, così da non lasciare sola Maya, che avrebbe potuto correre dei pericoli.

Roman era un cittadino della popolazione considerata invisibile, uno di quelli che viene letteralmente scavalcato sul marciapiede.

Sono diverse, le narrazioni che accompagnano questa popolazione, ma la maggior parte di esse raccontano di percorsi di vita segnati da dipendenze, abusi, disagi, deficit, violenze. Benché ciò possa essere spesso vero, il risultato è una “depoliticizzazione” della povertà estrema che conduce così ad un’attribuzione di colpe falsata, che identifica nelle vittime del sistema i responsabili della situazione in cui essi stessi sono bloccati4.

Le stesse narrazioni, inoltre, identificano in coloro che ricevono aiuti statali o collettivi, dei privilegiati e dei protetti, che si trasformano in figure ingrate se rifiutano tali aiuti. Accade, infatti, che persone senza dimora scelgano di non trascorrere le notti nei rifugi disponibili (se disponibili) e che la narrazione collettiva o mediatica li tacci, conseguenzialmente, di devianza, follia o ingratitudine. Il caso di Roman, così come altre migliaia di casi, ci mostra chiaramente che non c’è ingratitudine in tale scelta, bensì l’ennesimo fallimento di un sistema che spesso non è in grado di fornire un tipo di aiuto integrato e multidimensionale.  Ci sono diverse ragioni che spiegano il motivo di tali scelte. Tra le ragioni più comuni vi è l’evidenza per cui spesso le persone non vogliono separarsi dal circuito di sicurezza informale che sono riuscite a costruirsi; il timore di subire il furto delle uniche risorse che posseggono; il rifiuto di abbandonare altre persone o i loro animali; il timore di contrarre malattie in luoghi che vedono l’alternarsi di una moltitudine di persone negli stessi spazi; l’impossibilità di sottostare agli orari limitanti dei rifugi per quelle persone che hanno impieghi, contrariamente all’immaginario collettivo, con turni notturni.

Narrazioni del genere, sono, in definitiva, alimentate e alimentanti di una visione comune che marchia le persone senza dimora come entità sole ed isolate, disumane, senza legami all’infuori di sé stesse. Appare quindi quanto mai necessario guardarsi intorno, e poi guardare verso chi è responsabile di uno spazio urbano e sociale che potrebbe e dovrebbe fare molto di più. Gli sforzi umani, volontari, importanti e persistenti nascono quindi da una condizione di intangibilità politica ed istituzionale che rende complesso, in particolare per il Terzo Settore, lo sviluppo e l’implementazione di percorsi di reinserimento sociale. Ogni sforzo è quindi subordinato ad un contesto emergenziale designato dalle Amministrazioni e dal sistema politico che non offre soluzioni per uscire dalla condizione di marginalità ma escogita, nella maggior parte dei casi, blandi tentativi di sopravvivenza nella stessa.

L’autrice Flavia Carlini garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencate di seguito. Pertanto, l’Autrice è l’unica responsabile dell’eventuale violazione commessa con l’opera in merito ai diritti di terzi.

1) Istat. Censimento 2021 anche per le persone più̀ difficili da rilevare. Comunicato stampa. Ottobre 2021.

2) Rizzo, Giuseppe. I fantasmi non esistono. Mondadori, 2021.

3) Caritas Roma. Persone senza dimora, le sfide di un sistema integrato. Novembre 2018.

4) Caritas Roma. Persone senza dimora, le sfide di un sistema integrato. Novembre 2018.

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